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Capoterra
si trova la miniera di San Leone, la più estesa tra le miniere
di ferro della Sardegna, che attualmente è abbandonata. La miniera
sfruttava con scavi a cielo aperto e in sotterraneo un giacimento di
magnetite in una zona di contatto tra graniti e scisti.
Storia
La presenza di vari nuraghi nel territorio di Capoterra fa pensare che
la sua attuale area possa essere stata popolata anche nel periodo Nuragico.
Sono state ritrovate nello spazio ove sorge Capoterra tracce sia del
periodo punico che di quello romano; quest'ultimo è particolarmente
presente nella località denominata Bau Mannu.
Il paese di Capoterra ebbe una certa importanza nel periodo giudicale
ed il suo nome è spesso citato nei documenti sardi che datano
dal XII secolo in poi. Si ha notizia dell'abitato di Caput Terrae (questo
è l'antico nome della attuale Capoterra) sin dal 1107. Il Centro
medioevale nacque nel territorio attorno alla chiesa di Santa Barbara,
nella quale si trova una iscrizione del 1281.
Capoterra fece parte del giudicato di Cagliari. Allorchè i Pisani
si scontrarono con i Genovesi per il predominio nel Cagliaritano (secolo
XIII), il paese venne messo a sacco dalle ciurme di alcune navi genovesi
che avevano gettato l'ancora di fronte alla spiaggia della Maddalena.
Dopo l'arrivo degli Aragonesi, nel 1355, Capoterra fu dato in feudo
a Giovanni Villana; successivamente, dal periodo spagnolo a quello piemontese,
tale feudo fu tenuto dai Zapata. Il centro fu poi abbandonato e nel
1655 il feudatario della omonima baronia rifondò Capoterra sulle
rovine del vecchio abitato per incrementare l'agricoltura della zona
e vi importò famiglie logudoresi. Nel 1860, a Maddalena Spiaggia
la società francese Petite Gauder per congiungere la miniera
di San Leone di Capoterra con il Golfo di Cagliari, costruì il
primo percorso ferroviario dell'isola.
Archeologia
Nelle campagne intorno a Capoterra si notano numerosi nuraghi e tracce
di antiche sepolture. Abbiamo inoltre segnali che denotano come sicuramente
a Capoterra si insediarono i romani. Infatti nella regione di Bau Mannu
sono stati trovati i resti di una necropoli e antiche sepolture e ricchi
corredi. Vicino alla chiesetta di santa Lucia, sono stati trovati ruderi
di costruzioni romane e anche diverse monete. Nella località
Su Loi, dove attualmente si trova la chiesetta di Sant'Efisio e la Scuola
Elementare, sono state trovati i resti di un edificio termale facente
parte di una villa del basso impero.
Da Antigori al mondo Miceneo a cura della dott.ssa Manuela Revello
Nella tarda età del Bronzo il comprensorio nuragico di Sarroch-Pula
era protetto da una complessa fortificazione, formata dal muraglione
turrito nella collina di Antigori, a est della stessa Sarroch e strategicamente
dominante verso i monti di Capoterra e la baia cagliaritana, e dal vicino
nuraghe di Sa Domu e S'Orku. L'area ha restituito, associata a quella
locale, ceramica di provenienza o imitazione egea: crateri, pissidi,
rythoi, brocchette, vasi a staffa, calici e pythoi decorati con pittura
bruna e rossa con motivi a spirale, semicerchi concentrici, fasce orizzontali,
linee ondulate. Sebbene non sia stata ancora del tutto precisata la
cronologia circa i primi rapporti tra la Sardegna e il mondo egeo e
anche se resta incerta l'area dalla quale arrivano i primi contatti,
la maggior parte degli studiosi considera come dato di fatto l'esistenza
di rapporti sistematici nel campo delle importazioni di ceramica micenea,
cretese e cipriota nei secoli XIII e XII a.C. A comprovare l'esistenza
di questi traffici giungerebbe un importante complesso di armi di bronzo,
da non molto acquisito alle collezioni statali, che è di sicura
origine cipriota. La foggia più celebre è quella detta
"cipriote dagger": si tratta di daghe con codolo ad uncino
che, specialmente per il caso della Sardegna, farebbero escludere categoricamente
e documentatamente ogni possibile ispirazione locale, perché
in tutto l'arco della bronzistica nuragica non esiste nulla di simile
e per molti studiosi non sarebbe possibile neppure un confronto con
i pugnaletti di cultura eneolitica o Campaniforme o Bonannaro. Si può
supporre che, originariamente importate, queste armi venissero in un
secondo momento fabbricate da metallurghi orientali stabilitisi nell'occidente
o che un fabbro indigeno fosse venuto a contatto con le culture orientali.
Stesse ipotesi potrebbero valere nel caso degli "ox-hide ingots",
lingotti che in Cipro venivano utilizzati come unità "monetaria"
prima dell'invenzione del conio, rinvenuti in diverse località
sarde, ma stranamente non nel sito di Antigori. Stranamente perché,
come è noto, l'elemento principale se non esclusivo che attrasse
nell'Isola genti straniere fu la sua ricchezza mineraria: la Sardegna
poteva contare risorse di rame, argento, piombo, ferro e anche stagno,
e l'Antigori ha una ricca documentazione di materiali egei proprio perché
è situato sulla via più diretta di penetrazione della
costa alla zona mineraria del Sulcis-Iglesiente. Pensando a ciò
ci si pongono diverse domande anche a proposito di un'altra questione:
quella dell'alta percentuale di rame cipriota trovata nei lingotti ox-hide.
Il rame sardo non era abbastanza puro? Oppure successe che l'importazione
dei primi lingotti stimolò in seguito la loro produzione col
rame sardo?
Una cosa certo non è da credere: che il commercio tra Sardegna
Mediterranea Orientale sia stato a senso unico. Anche se non si possono
ancora identificare con certezza i materiali scambiati, è chiaro
che ci fu una complessa iterazione dal XIII al XII secolo a.C.: sia
in Sardegna che in Cipro è presente materiale per il mestiere
di fabbro come palette e pinze, che indica che le due isole furono i
centri di produzione primaria di metallo. Ancora, un'altra classe di
reperti, costituita da fibule, anch'esse cipriote, amplierebbe ulteriormente
l'orizzonte dei traffici sardi, in quanto alcuni studiosi associano
ad esse possibili derivazioni iberiche: se questo discorso fosse corretto,
implicherebbe per la Sardegna il coinvolgimento in reti commerciali
"internazionali" nell'età del Bronzo Recente e anche
del Ferro, in entrambe le zone orientale e occidentale del Mediterraneo.
Da
vedere
Osservatorio astronomico di cagliari
Località Poggio dei Pini, Strada 54, 09012 Capoterra. tel. 070
725426
orario: visite guidate previo appuntamento. diurne: sabato dalle 9,30
alle 12,30. Notturne due volte al mese in date da concordare. Ingresso
gratuito
Attualmente l'Osservatorio svolge attività di ricerca basata
su tecnologie, finalizzata alla studio del moto del polo e della rotazione
della terra in generale, nel campo della astronomia fondamentale, della
Geodesia Spazio Geodinamica. Porta avanti, inoltre, ricerche in particolare
sull'astrofisica e sull'Archeoastronomia. L'osservatorio è dotato
di un proprio Laboratorio del tempo fra i più imponenti e contribuisce
alla determinazione della Scala di tempo atomico internazionale meteorologico
e di una biblioteca consultabile anche via internet.
Le chiese
La chiesa parrocchiale è dedicata a Sant'Efisio e ha le strutture
che risalgono ad alcuni secoli. Più interessanti le chiese campestri
di Santa Barbara e Sant'Isidoro, che risalgono rispettivamente al XII
e al XIV secolo e presentano l'una un'iscrizione pisana e l'altra un'iscrizione
spagnola.
Lido di Capoterra.
E' una bella spiaggia con sabbia candida che costeggia un lungo tratto.
La spiaggia è dotata di stabilimenti balneari servizi come bar,
noleggio sedie sdraio, pedalò, ombrelloni, cabine, ampio parcheggio
ombreggiato.
Sagre e feste
Santa Barbara
Sagra molto
interessante che si tiene a Capoterra nell'ultima domenica di giugno
è quella in onore di Santa Barbara, protettrice dei minatori.
Si tiene nella chiesetta campestre nella quale una lapide fa risalire
la sua costruzione al 1621. La chiesetta si trova sulla omonima collina
di Capoterra alle pendici del monte Gutturu Mannu. I festeggiamenti
in onore di Santa Barbara durano tre giorni.
San Girolamo
La festa si celebra l'ultima domenica di settembre nella chiesetta campestre
dedicata al Santo, che fu restaurata nel 1893 su strutture che risalivano
al 1600. Una lapide del 1615 immortala l'eremita Frinparco de Quesita.
Una bolla pontificia del 1629, menziona la chiesetta e la dichiara canonicato
della Cattedrale di Cagliari. Alcune testimonianze storiche ricordano
che il paese di Capoterra fu fondato da un componente della nobile famiglia
Torrella, di Cagliari, nel 1655.
La sagra di Sant'Efisio
Da oltre tre
secoli ogni anno a Cagliari, Capoterra, Sarroch e Pula si rinnova il
voto promesso al Santo protettore per dare vita ad una delle sagre più
interessanti d'Europa. Questa sagra, tenuta in costumi antichi, costituisce
una delle manifestazioni più belle e più genuine della
tradizione popolare. Il corteo di Sant'Efisio, che risale al 1656, crea
uno spettacolo autentico, consacrato da un rito tramandato da secoli
senza soluzione di continuità, sotto tutte le dominazioni straniere,
anche nei terribili tempi delle guerre.
La processione
del primo maggio si articola in tre parti. La sfilata è aperta
dalle caratteristiche "traccas" antichi carri agricoli trainati
da buoi (veicoli assai simili al plaustrum dei romani) che però
sono decorati ed infiorati a festa. Segue poi una incredibile processione
delle rappresentanze delle città e paesi della Sardegna con gruppi
in costume tradizionale diverso da zona a zona, in uno splendore di
colori, ricami, gioielli, sete e broccati. Infine arrivano i miliziani
a cavallo che scortano il santo con i cavalli preziosamente addobbati.
Il corteo a cavallo è la parte più antica della sagra.
Sfilano per primi i cavalieri provenienti dai paesi del Campidano con
le cavalcature infiorate e con preziosi finimenti. Poi seguono nella
loro uniforme rossa i Miliziani, gli eredi dei reparti delle antiche
milizie sarde, armati di archibugio e di sciabolone. I miliziani sono
una organizzazione militare, di origine antica, che collaborò
in guerra con le truppe dei corpi regolari e che si distinse per atti
di eroismo nel 1793 contro i francesi. I Miliziani scortano Sant'Efisio
e rendono gli onori militari con lo stendardo dei Quattro Mori. La scorta
successiva dei gentiluomini in marsina ricorda i rappresentanti della
municipalità che nel 1656 pronunciò il voto con cui si
istituì la sagra. Oggi essi costituiscono l'Arciconfraternita
del Gonfalone, sotto l'invocazione di Sant'Efisio Martire. Sfila poi
a cavallo l'Alter Nos, ossia il rappresentante, un tempo, del Vicerè
della Sardegna, oggi rappresentante del Sindaco di Cagliari, con la
scorta di due valletti del Comune in costume seicentesco. Il Sindaco
indossa un medaglione d'oro. Prima del cocchio del Santo procedono i
suonatori di Launeddas, il più antico strumento musicale, ancora
in uso in Sardegna. La processione sfila per le principali vie di Cagliari
e poi Sant'Efisio prosegue il suo viaggio fino a Nora, facendo la sua
prima tappa nel pomeriggio del 1° maggio nella chiesetta di Su Loi
a Capoterra.
Sant'Efisio,
secondo gli studiosi prese il nome da Efeso dove nacque con il nome
di Stratilate Procopio. Il padre era di fede cristiana, la madre invece
era pagana. Quando era ancora un ragazzo Il padre morì e sant'Efisio
fu educato alla fede pagana. La madre che era di famiglia aristocratica
lo presentò a Diocleziano, nella città di'Antiochia, dove
l'imperatore soggiornava, perchè lo arruolasse nella propria
guardia. Diocleziano lo nominò ufficiale. Efisio si dimostrò
severo con i cristiani. Venne destinato al comando di una vasta provincia
d'Italia. Durante il viaggio, udì una voce dal cielo che lo fece
convertire al cristianesimo. A Gaeta si fece battezzare. Venne inviato
in Sardegna per raffrenare le scorrerie e le devastazioni dei barbari
(così i romani chiamavano i sardi). Efisio sbarcò a Tharros,
sconfisse la gente barbarica, arrivò a Calares (l'odierna Cagliari)
e nella città primaria dellIsola passò dalla spada di
Cesare alla croce di Cristo. Scrisse a Diocleziano e alla madre, esortandoli
ad abbandonare i falsi dei e a convertirsi. L'Imperatore adirato mandò
in Sardegna il preside Julico, uomo crudele e feroce verso i cristiani,
con l'ordine di riportare Efisio al paganesimo. Non ci riuscì.
Julico lo fece arrestare e gettare in una cella del carcere di Stampace
e gli fece infliggere tremende torture. Venne flagellato, bastonato,
scarnificato con unghie di ferro, bruciato con tizzoni ardenti, messo
in una fornace. Uno dei carnefici, Terenziano, si accorse però
che le ferite di Efisio guarivano istantaneamente e anch'Egli si convertì
al cristianesimo. Efisio fu decapitato a Nora il 15 gennaio 286. Prima
di morire pregò Dio di proteggere Cagliari e i suoi abitanti
dai nemici, dalle carestie e dalle epidemie, di proteggere i naviganti
e di concedere la salute ai visitatori del suo sepolcro.
Sant'Efisio
è santo per volontà popolare e non per volere della Chiesa,
è patrono dellarchidiocesi e compatrono di Cagliari e patrono
di tutta la Sardegna. Subito dopo l'anno 1000, le relique di Sant'Efisio
furono portate a Pisa per sottrarle alle invasioni arabe. Custodite
nel duomo pisano fino al 1866, quando vennero restituite a Cagliari.
Nella cappella di San Ranieri a Pisa è rimasta la statua di Sant'Efisio
scolpita nel 1592 da Battista di Domenico Lorenzi detto il Cavaliere.
Sempre a Pisa, nel camposanto monumentale, sono esposte in pannelli
fotografici le storie dei Santi Efisio e Potito affrescate nella galleria
sud o parete di sinistra da Spinello Aretino. Questi dipinti, eseguiti
fra il 1391 e il 1392, fortunatamente scampati alle fiamme del bombardamento
delle artiglierie del 1944, costituiscono un'opera d'arte estrosa ed
interessante, ricca di colori ed assai vicina, nella tecnica e nello
stile, ad un facile fraseggio popolaresco. Il culto antico di Sant'Efisio
è documentato anche dai cosidetti Goccius, ottave che si cantano
nei giorni della sagra per esaltare la figura di questo valoroso guerriero,
protettore dell'Isola entrato dalla leggenda nel cuore dei sardi. Il
culto di Sant'Efisio affonda le sue origini in tempi remotissimi ed
ha avuto a Cagliari, uno svolgimento continuo nella ininterrotta devozione
popolare dopo il voto del Consiglio municipale e della popolazione di
Cagliari come ringraziamento per la liberazione dalla pestilenza scoppiata
nel 1652. Il morbo fu portato in Sardegna da una tartana approdata ad
Alghero ed in breve si diffuse in tutta l'isola toccando il culmine
della tragedia nel febbraio 1656. Cagliari visse in quel periodo le
più spaventose giornate d'incubo: il Vicerè si era rifugiato
a Sassari, l'aristocrazia ed i ricchi si erano rifugiati nelle campagne,
la città era rimasta in preda all'anarchia, alla paura e all'impotenza
di fronteggiare il male. Ogni giorno si contavano centinaia di morti.
Mancavano viveri e medicinali. Anche l'acqua era infetta. Del Consiglio
Comunale di Cagliari si salvò un solo rappresentante. I morti
non potevano essere sepolti. Fu Sant'Efisio che, invocato dalla popolazione,
miracolosamente fece cessare la moria e il contagio del male. Nacque
in questa tragica circostanza il voto espresso dai superstiti: che ogni
anno il sumulacro di Sant'Efisio sarebbe stato riportato in solenne
processione a Nora.
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